Il Guatemala

Mappa del Guatemala

Il Guatemala si trova in America Centrale. Ha una popolazione di circa 12,6 milioni di abitanti, la maggioranza dei quali sono indigeni di etnia Maya. La superficie totale è di 109.000 km² (circa un terzo di quella dell’Italia), ma un quarto della popolazione vive nella capitale e nelle zone circostanti. Anche alcune zone dell’altipiano (centro-nord-ovest) sono densamente abitate, mentre un quarto della superficie (la regione del Peten, nel nord-est), con solo circa 30.000 abitanti, è praticamente disabitata.

L’economia del Paese è ancora legata alla produzione di materie prime (prodotti dell’agricoltura e della silvicoltura), esportate in forma grezza verso i paesi del nord del mondo, soprattutto negli Stati Uniti. Ma la diseguale distribuzione delle terre fa si che solo i grandi latifondisti beneficino da queste attività. I piccoli agricoltori che non possono sopravvivere dai prodotti dei loro minifondi sull’altipiano, sono costretti ad emigrare per lavorare come braccianti stagionali nelle grandi aziende produttrici di caffè e canna da zucchero.

Il Quiché è la regione che più di ogni altra contribuisce a fornire la manodopera a bassissimo costo che permette a questo tipo di economia di rapina di funzionare. Ogni anno migliaia di uomini, donne e bambini indigeni si trasferiscono dall’altipiano occidentale alla costa sud o nei latifondi della Verapaz, viaggiando in vecchi camion, trasportati come bestie per lavorare terre sconosciute, per una paga da fame, da cui torneranno, mesi dopo, con pochi centesimi in tasca.

Sacapulas

Sacapulas è uno dei 21 municipi del dipartimento del Quiché, nel nord-ovest del Guatemala. Si trova a 48 km della capitale regionale, Santa Cruz, ed a 211 km da Città del Guatemala. E’ ubicato nella valle del Río Chixoy (o Río Negro) ad una altitudine di 1.196 m slm, alle pendici della catena dei monti Cuchumatanes. Si caratterizza per un clima caldo secco (di tipo sub-tropicale), con precipitazioni di circa 700 mm/anno, concentrate durante la stagione delle piogge (aprile-ottobre), con un picco nei mesi di agosto e settembre.

L’estensione del municipio è di circa 213 km², con una popolazione stimata di 35.542 abitanti, di cui 2,843 residenti nell’area urbana e 32.699 nelle zone rurali (densità: 167 abitanti/km²). Il tasso stimato di crescita demografica è del 3.27%. La popolazione indigena rappresenta il 95% del totale. Questa è costituita da popolazione di origine Maya Quiché. La lingua predominante è il sakapulteko, dialetto della lingua Maya Quiché.

Il 91% della popolazione è considerata povera ed il 60% vive in condizioni di povertà estrema. Il tasso di denutrizione nei bambini al primo anno di scuola elementare è del 67%, mentre il tasso di analfabetismo è del 68%, superiore alla media del Quiché (65%) e quasi il doppio di quello dell’intero Guatemala (36%). La speranza di vita della popolazione del municipio è di 55 anni. Il 68% delle abitazioni rurali non hanno accesso alla rete di distribuzione dell’acqua, mentre il 23% non possiede servizi igienici.

L’indice di sviluppo umano (un indice composto da: PIL pro capite, alfabetizzazione, speranza di vita, tasso di scolarizzazione) del municipio di Sacapulas è di 0,51% (Guatemala 0,63%, ).

Sacapulas è stato uno dei primi insediamenti spagnoli nel XVI secolo in quello che poi sarebbe divenuto il Guatemala. Questo si deve alla presenza di sale minerale che già veniva sfruttato dalla popolazione indigena e dalla ricchezza di acqua, data dalla confluenza, nei suoi pressi del Río Blanco e del Río Negro (Chixoy). Oggi la sua economia si basa principalmente sull’agricoltura e sul commercio, trovandosi all’incrocio di due importanti (ancorché non asfaltate) arterie stradali, quella verso l’Ixil e la trasversale nord che collega Huehuetenango a Cobán.

La guerra interna

Il Guatemala ha vissuto quasi quattro decenni di un conflitto armato che è stato lo scenario di crimini spaventosi ed aberranti. Dal 1954, anno del rovesciamento del governo democraticamente eletto del presidente Arbenz con un intervento militare diretto dagli Stati Uniti, fino al 1996, si è assistito ad una chiusura sistematica degli spazi politici e legali, ispirata da un anticomunismo fondamentalista, frutto di un’alleanza politica tra il potere militare e l’oligarchia economica. Tale strategia è stata la diretta responsabile dell’annientamento fisico di uomini politici dei partiti democratici, di sindacalisti, di leader studenteschi, di sacerdoti. Ciò ha portato il Guatemala, a partire dall’inizio degli anni ’60, ad un conflitto armato le cui conseguenze in termini sia di vite umane che di peggioramento delle condizioni di vita, sono state pagate dalla popolazione civile e, soprattutto, da quella indigena.

Il conflitto armato interno ha provocato più di 200.000 morti, il 93% dei quali attribuiti con certezza all’esercito o ad altre formazioni ad esso collegate (gruppi paramilitari, forze di sicurezza, ecc.). L’83% delle vittime era di etnia maya. La strategia antinsurrezionale praticata dallo Stato mirava quindi anche alla distruzione delle diverse culture indigene. Soprattutto nel periodo tra il 1981 e il 1983 vennero sterminate numerose comunità maya, cercando in questo modo di distruggere la loro cultura, per utilizzarli come schiavi nel processo di “progresso e di modernizzazione del Paese. Tutto ciò sta a confermare il carattere profondamente razzista ed escludente della società guatemalteca. Per questo i responsabili di tali atrocità, ancorché in gran parte impuniti, sono accusati di genocidio, un delitto di lesa umanità che non cadrà mai in prescrizione.

Con la firma degli accordi di pace nel dicembre del 1996, si chiude teoricamente il conflitto armato, ma rimangono aperte le molte ferite che questo ha inferto alla società guatemalteca, tuttora segnata da una grande sperequazione sociale, a causa di una perdurante concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi (di razza bianca, discendenti dei colonizzatori oppure meticci) e nella sistematica esclusione sociale dei molti (indigeni maya). Gran parte della popolazione indigena, che vive soprattutto nelle aree rurali del Paese, viene quindi privata dei propri diritti fondamentali, come il diritto ad una vita sana, il diritto all’istruzione, il diritto al cibo ed all’acqua, il diritto al lavoro, il diritto alla giustizia.

Durante il conflitto armato, la regione del Quiché è stata quella in cui è stato registrato il maggior numero delle violazioni dei diritti umani. Migliaia di persone vennero sequestrate, torturate ed uccise in quella che veniva chiamata la strategia della “terra bruciata” in cui veniva seminato il terrore tra la popolazione inerme, con l’obiettivo di tagliare i legami di solidarietà e l’appoggio logistico necessario ai gruppi della resistenza. Questo avveniva attraverso azioni militari ma anche con il ricorso della stessa popolazione civile, spesso reclutata forzosamente per combattere contro i propri simili. In base ai dati della CEH (commissione della chiesa cattolica per far luce sugli episodi di violazione dei diritti umani durante la guerra interna), risulta che nel Quiché siano stati perpetrati più della metà dei massacri finora accertati, nei circa trent’anni di conflitto armato.

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