La nostra storia

Nel giugno del 1999, tre suore francescane, da molti anni residenti a Sacapulas, nel Quiché (la regione del Guatemala maggiormente colpita, negli anni della lotta armata, dalla disumana repressione militare), danno inizio ai lavori di ampliamento ed ammodernamento della loro casa parrocchiale, sapendo in anticipo a quali scoperte sarebbero andate incontro.

Infatti, i racconti su quanto accaduto all’inizio degli anni ’80 in quel paesino di 2.000 anime, isolato tra le montagne, era sempre rimasto vivo nella memoria della gente.

Tra la fine del 1982 ed il 1983, durante il regime del Gen. Efraín Ríos Montt, l’esercito occupò la casa parrocchiale di Sacapulas, trasformandola in centro di sequestro e tortura per tutti coloro fossero sospettati di collaborare con la guerriglia. Si stima che al suo interno siano state imprigionate, torturate, uccise e sepolte un centinaio di persone, mentre le vittime civili della repressione militare nella sola area di Sacapulas sono state più di mille.

Tutto questo nell’ambito della cosiddetta strategia della “terra bruciata” che mirava a sconfiggere la resistenza armata attraverso l’annientamento cieco e indiscriminato di coloro che rappresentavano il tessuto sociale sul quale la resistenza armata faceva presa.

Il successivo lavoro di riesumazione, condotto da un gruppo di medici ed antropologi appartenenti ad organizzazioni come Peace and Reconciliation, Forensic Anthropology Foundation (FAFG) e Center for Human Rights Legal Action, permise di portare alla luce le ossa di dodici corpi, con le mani ed i piedi ancora legati, avvolti in quelli che sembravano degli stracci, ma che in realtà erano i vestiti che indossavano al momento dell’esecuzione. Si trattava di 11 uomini ed 1 donna, con i segni evidenti delle torture a cui erano stati sottoposti.

Infatti le successive indagini del gruppo di antropologi e di medici forensi avrebbero confermato che le vittime erano state legate, fatte inginocchiare ed infine uccise con un colpo di machete dietro la nuca.

In quei giorni siamo stati quindi testimoni della riesumazione delle ossa, della loro classificazione e del penoso riconoscimento dei famigliari, spesso attraverso il ricordo, mai cancellato, a tanti anni di distanza, degli abiti indossati dale vittime al momento della loro scomparsa.

E fu proprio in quei giorni che, insieme con le suore, si fece avanti l’idea di far qualcosa che permettesse da un lato di conservare la memoria storica della barbarie della repressione militare in Guatemala e che, dall’altro lato, contribuisse a lottare pacificamente contro le cause stesse dello scontro armato, le quali risiedono nella povertà, nell’emarginazione e nella mancanza di futuro per gran parte della popolazione.

Sorse così, a partire dalla fine del 1999, la prima biblioteca di Sacapulas, a pochi metri dal luogo dell’esumazione. Essa vuole essere un luogo di studio, di incontro, di discussione, affinché le nuove generazioni non dimentichino gli orrori del passato. E’ attraverso la consapevolezza del passato che i giovani guatemaltechi potranno essere capaci di dare la spinta necessaria per costruire una società più giusta, basata sulla pace e sulla tolleranza, ma anche sul riconoscimeno dei loro diritti.

Guatemala e Colombia, sono due paesi simbolo delle sperequazioni sociali presenti in America Latina. In entrambi i casi la crisi economica e l’inefficacia dello stato nel poter interpretare e soddisfare i bisogni della maggioranza della gente, hanno effetti immediati e drammatici su gran parte della popolazione. Mentre le grandi ricchezze prodotte nei due paesi continuano ad essere saldamente nelle mani di una ristretta èlite di famiglie, con i loro enormi depositi bancari all’estero, la povertà aumenta, così come si accentua la cosiddetta “forbice sociale”, ovvero la differenza tra una minoranza sempre più ricca ed una maggioranza della popolazione che vive in condizioni sempre più miserabili.

Tali condizioni fanno si che, in Guatemala come in Colombia, un sempre maggiore numero di persone, in maggioranza donne, giovani e, spesso, anche bambini, siano costretti, per sopravvivere, a lavorare in condizioni disumane, senza la minima garanzia e senza speranza per il futuro. Spesso non sopravvivono oppure sono costretti alla vita di strada, con tutte le conseguenze che ciò comporta: prostituzione, droga, alcolismo, atti di violenza di ogni tipo.

Per noi è quindi importante contribuire per far si che a queste persone possa essere concessa l’opportunità di fare parte della società in cui vivono, sia come cittadini che pensano e decidono (senza per questo dover mettere a repentaglio la propria vita), sia come lavoratori, capaci di contribuire allo sviluppo del proprio paese (senza dover essere costretti ad accettare condizioni lavorative disumane).